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STRONGOLI - Adeguamenti cinquecenteschi

STRONGOLI

Adeguamenti cinquecenteschi

Pino Rende

L’abitato di Strongoli mantenne l’assetto originario fino al tempo del vescovo Timoteo Giustiniani (1568-1571), in cui si deve la scelta di intraprendere i lavori che determinarono la connessione della residenza vescovile e della cattedrale al perimetro difensivo cittadino. Pressato dal pericolo turco che ormai incombeva su tutti i centri del litorale, egli concorse alla rifortificazione della città, attraverso l’elevazione di “quattro robustissime torri” che avrebbero dovuto scongiurare la minaccia, anche se ciò non eviterà il saccheggio e la devastazione dell’abitato poco tempo dopo (1594). La scelta del vescovo di Strongoli, pur dettata dalle contingenze del periodo, non sarà seguita dagli altri presuli vicini che, gelosi della loro autonomia, manterranno strutture difensive strettamente autonome 12 dove spiccano residenze fortificate, concepite e realizzate secondo la tecnica corrente. In questa direzione il vescovo strongolese fece fortificare il suo palazzo, avviando l’erezione di una robusta torre (fig. 4) che, comunque, rimase imperfetta e fu completata solo al tempo del vescovo Cladio Vico (1590-1600) 13. Quest’ultima ancora oggi evidenzia particolari costruttivi ed architettonici che rimandano al periodo,continuando ad incombere sulla piazza della cattedrale come al tempo in cui fu ritratta dai disegnatori al seguito dell’abbate de Sant-Non, che c’è ne forniscono una versione sufficientemente particolareggiata (fig.5). E’ in  questa fase di consolidamento delle difese (fig.6) che appare riorganizzata l’area precedentemente occupata dalla Giudecca, mentre l’abitato mostra di estendersi fino a comprendere l’ambito della chiesa di S. Giovanni Battista. A questo seguono, in rapida successione, una serie di adeguamenti che appaiono indotti dalla presenza dei nuovi feudatari laici e dalle esigenze difensive, evidentemente emerse drammaticamente dopo il saccheggio del 1594, in seguito al quale la città si ritroverà “dirutta” e gravemente spopolata14 . In primo luogo, si assiste alla realizzazione di una nuova porta che diverrà l’ingresso principale della città (la “porta maggiore” o “della terra”), e che sarà protetta da una nuova struttura difensiva adeguata ai tempi: il “Bastione15. Ciò determinerà, nell’ultimo tratto, una variante di percorso della strada pubblica che raggiungeva la città da nord e l’sbbandono di una delle porte medievali che, successivamente, permarrà con funzione di soccorso (“la portella”)16  (fig. 7). A questa riorganizzazione degli accessi si collega una ristrutturazione della viabilità interna, che si raccorda a quella medievale attraverso un’ampia piazza ( detta “di basso”)  su cui convergono le vie, lungo cui, nel tempo, si consoliderà  la presenza dei principali edifici religiosi cittadini: S. Giovanni Battisti, S. Maria della Sanità che aveva annesso l’ospedale, la chiesa dell’Annunziata, quella del Purgatorio e quella di S. Francesco di Paola.  Alla comparsa di queste chiese lungo la viabilità urbana, fa riscontro un’analoga presenza su quell’extraurbana, dove sono fondati o rifondati i conventi dei principali ordini (Francescani, Domenicani, Agostiniani) e dove compariranno le chiese rurali di S. Maria della Pietà, di S. Croce, di S. Maria della Consolazione e di S. Maria de Vergadoro. In questo nuovo contesto andrà emergendo, sempre più prepotentemente, la presenza della residenza dei nuovi feudatari della città che, nelle forme tuttora visibili di un vero e proprio castello, riconducibile ai principi di Bisignano o forse ai loro successori ( Campitelli e Pignatelli), diverrà, progressivamente, una presenza sempre più incombente e minacciosa dominante su ogni cosa. Diviso dalla città da un fossato  e da un vasto piano ( detto “piano del Castello” ) dove sorgeranno diverse pertinenze feudali ( stalla, magazzini, centimolo ) e dove continuerà a svolgersi la fiera annuale dedicata al patrono cittadino, esso appare  frutto d’intereventi  volti a  dare lustro e protezione alla residenza dei feudatari del luogo o ai loro rappresentanti, come dimostrano i suoi numerosi ambienti interni “consistenti in più e diversi membri superiori et inferiori”  ed il suo apparato di difesa, evidentemente incompatibile con quello di un castello medievale17. Queste caratteristiche permarranno nella torre quadrata (“la maestra”)  che rimane l’unica struttura arroccata del complesso di cui costituisce il mastio, dove in caso di pericolo, ci si poteva ritirare per allestire un’estrema difesa.

NOTE

Fig. 4: Torre del Vescovo (sec. XVI).

Fig. 5. Disegno realizzato da Desprez ed inciso De  Ghendt, in Voyage Pittoreque di Jean  Claude Richard Abbè  de  Saint-Non, Parigi 1783 (particolare).  

Fig. 6 Resti delle fortificazioni lungo il perimetro cittadino della fine del sec. XVI

Fig. 7. Assetto urbano di Strongoli (sec. XVI – XVII).

13 Rel. Lim. Strongulen, 1597.

14 Dai 460 fuochi del 1578, la popolazione era scesa a circa 300 del 1594 ed ai 178 del 1595, per contarne appena 180 nel 1612.      Pesavento A., La chiesa dei SS. Pietro e Paolo di Strongoli, in la Provincia Kr nr. 8-10/1998.

15 Il toponimo caratterizza ancora l’area dove sorgeva la struttura.

16 I toponimi sono riportati in Vaccaro, Fidelis Petelia p. 196-197 e Russano Cotrone A., Guida di Strongoli p. 15 e egg.

17 Si tratta di un processo che, a partire dalla metà del Cinquecento, caratterizza diversi altri castelli della zona. Nel 1535 Galeotto Carrafa eresse un “belvedere” all’interno del castello di S. Severina recentemente rifortificato dallo zio Andrea. Un palazzo dotato di quattro torri circolari che, come in altri casi analoghi, stava a testimoniare il predominio e la potenza della dinastia egemone. Nello stesso periodo (1549) il feudatario di Isola lo. Antonio Ricca, realizza la sua residenza fortificata nelle adiacenze della nuova città murata. Un ulteriore esempio è rappresentato dal palazzo ducale di Caccuri che costituisce lo sviluppo in chiave residenziale del preesistente castello medievale.

 

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