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La città del principe Francesco Campitelli


La città del principe Francesco Campitelli.

Prof. A. Pesavento - foto di Gianni Bova

La città di Strongoli, situata sulla sommità di un colle circondato da rupi a tre miglia dal mare, anticamente si chiamava Strongylon per la sua forma rotonda. Le pietre con cui erano costruite le mura, le torri e le case circondavano lo splendore dell’antica Petelia; una città morta il cui nome era stato dimenticato e oscurato dai nuovi fondatori. Lapidi, marmi ed iscrizioni, le testimonianze del passato, occhieggiavano sui portali e nelle facciate dei palazzi ed adornavano le chiese. Essi provenivano dalla cava delle rovine della celebre città, che quotidianamente dava alla luce frammenti della sua gloriosa storia, facendo intravedere la bellezza dei perduti monumenti e la floridezza raggiunta dal municipio romano. Tutto ciò strideva con la realtà e la desolazione del presente. La città del principe Francesco Campitelli, cavaliere di  San Giacomo, spopolava per pestilenza ed era oppressa dalla malaria, che d’estate l’affliggeva con puzzolenti e densi vapori emananti dal torrente Brausio,  che lento e pantanoso impaludava vicino. I meravigliosi ritrovamenti dimostravano senza alcun dubbio quanto la città fosse stata un tempo ricca e popolosa, ma i loro bagliori erano solo l’occasione per il ricordo della perduta dignità. Nessuna altra città della Calabria Citeriora poteva vantare una così prestigiosa origine! Strongoli, infatti traeva vita dalla fedele morta Petelia, che per rispetto dei patti aveva osato opporsi al potente generale cartaginese, come dimostravano le epigrafi e le monete, che giorno dopo giorno venivano scavate. La realtà però, che gli abitanti dovevano quotidianamente affrontare, era quella di una città impoverita e quasi completamente in abbandono. In pochi anni la popolazione si era dimezzata ed era così diminuita da ridursi a meno di duemila anime. La decadenza continuava. Le calamità naturali e la mancanza di coloni cominciavano a privare le terre della semina e le aprivano all’incolto. Alcune torri, quattro costruite dal vescovo Timoteo Giustiniani in difesa dei Turchi, erano in parte dirute. La cattedrale dedicata agli apostoli Pietro e Paolo con i suoi dodici altari, oltre al maggiore, mostrava ovunque la vetustà. Fredda ed umida d’inverno per l’acqua ed il vento che vi penetravano da ogni parte del tetto, era talmente lesionata e minacciante imminente pericolo, che il vescovo aveva timore di celebrarvi. Divisa in tre navate da arcate gotiche, la sua vastità contrastava con i pochi fedeli. La eguagliava il vicino palazzo del vescovo. Esso era di discreta grandezza ma ridotto ad una spelonca di ladri e con parte del tetto mancante. Su ogni cosa dominava la presenza opprimente del principe. Si entrava nella città dalla porta Maggiore, detta anche della terra. In alto sulle mura c’era una casetta che serviva per il guardiano e vicino un palazzotto, con un magazzino sotto ed uno accanto detto della forgia, di proprietà del principe. Sulla via che dalla porta conduceva alla piazza detta di Alto si incontravano una bottega di merci e una di sarto. Nella piazza risiedeva il capitano della città ed apriva il grande magazzino del principe. Nel piano del castello il principe possedeva cinque casette matte, che usava come magazzini, come stalle e per il centimolo aveva anche “una casa terrana detta lo trappeto, due pagliere et una remissa di carrozze”. Nello stesso luogo vi erano alcune case palaziate, con membri superiori e inferiori, con molte stanze abitate dal barone di Rocca di Neto, dal fratello del principe, dal medico ecc. Dalla piazza costeggiando le mura si andava verso San Leo.  Si incontrava una bottega lorda, una bucceria, una torre cadente ed un palazzotto con magazzini, camere e due casette matte del principe. Tra la piazza e la cattedrale si apriva l’antica porta detta “Portella”, usata come porta di soccorso. Lungo la strada della Giudecca c’erano alcune botteghe di mercerie e di sarto. Una via dalla chiesa di San Stefano conduceva a “ li covatini”. Palazzi del principe sorgevano davanti alla chiesa della Annunziata (un palazzo con un magazzino), presso la chiesa di San Francesco di Paola (un palazzotto con magazzino e una casetta terrana) e davanti all’orologio della città. Il principe possedeva anche alcune case che affittava ed altre che erano dirute. Oltre a palazzotti, case palaziate, casette terrane, magazzini, botteghe ecc. le mura racchiudevano anche otto chiese. Una di queste, quella dedicata a S. Maria della Sanità, aveva annesso l’ospedale. Le altre: SS. Trinità, S. Giacomo, S. Stefano, S. Giovanni Battista, S. Francesco di Paola, Annunciazione e Immacolata Concezione, queste due ultime sedi di confraternite, recavano i segni delle intemperie tanto che in alcune non si celebrava più. Il tutto era dominato dal castello del principe, “ consistente in più e diversi membri superiori et inferiori”, dove si innalzava la robusta ed alta torre Maestra, il simbolo più evidente del potere. Fuori mura c’erano le quattro chiese rurali di S. Maria della Pietà, di S. Croce, di S. Maria della Consolazione e di S. Maria di Vergadoro ed i quattro conventi.

 

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