Strongoli.org - ARCHIVIO FOTOSTORICO BIBLIOGRAFICO - STRONGOLI
  Home - Archivio - Pagine - GeoTime - Chi siamo BG Color:           
|  Eventi |  Foto |  Ritratti |

La chiesa dei SS. Pietro e Paolo

La chiesa dei SS. Pietro e Paolo di Strongoli

Da Cattedrale a Collegiata

Prof. A. Pesavento

ORIGINI DELLA DIOCESI

Secondo alcuni storici dove sorgeva l’antica Petelia si sviluppò Strongylos – Paleocastro, città che prima  del mille diviene una delle diocesi della nuova metropolia di Santa Severina1. Nel periodo normanno con i nomi Giropolen2, Strongylon. Strombulo e Strongulo3 la ritroviamo tra le diocesi di Santa Severina. Il piccolo vescovato, incluso da confini che misuravano 16 mila passi e comprendente la sola città di Strongoli., confinava a oriente con il mare Jonio, a mezzogiorno con la diocesi di Crotone, dalla quale la separava il fiume Neto, a occidente con la diocesi di Santa Severina ed a settentrione con quella di Umbriatico. Ignoriamo quando la sua popolazione si convertì al cristianesimo. Secondo una tradizione popolare, che però non ha alcuna base certa, ciò avvenne prima del terzo secolo, quando la fede vi fu propagata dal pontefice San Antero. E’ certo che al tempo che la città fu insignita della cattedra vescovile, vi si celebrava in rito greco. Non sappiamo in quale secolo essa sia passata al rito latino, ma possiamo ipotizzare che avvenne in età normanno-sveva4, né abbiamo notizie sull’anno di fondazione della cattedrale e delle trasformazioni che essa subì prima del Viceregno. Dalla mole possiamo considerare importanza che conservò fino al saccheggio turco della fine del cinquecento, evento che assieme al ritorno della peste ed all’imperversare della malaria segnò l’inizio di una lunga decadenza.

PREROGATIVE DEI VESCOVI E LITI CON I FEUDATARI

Il vescovo di Strongoli non godeva particolari privilegi né prerogative mentre era suo compito, tramite le rendite della mensa, fornisce la cattedrale di paramenti sacri, luminarie ed altri oggetti., egli doveva anche riparare le strutture murarie ed il vicino campanile e fornirla di organo e di campane. La storia dell’episcopato di Strongoli è segnata dalle lunghe vertenze che opposero i vescovi della città al potere secolare. Già in età sveva il vescovo di Strongoli era stato una delle tante occasioni di contesa tra il papa Gregorio IX e l’imperatore Federico II il quale il 10 ottobre 1239, secondo la sede vacante, vi aveva posto un baiulo5. All’inizio del Trecento il papa doveva intervenire a favore del vescovo Ruggero che era stato privato di alcuni beni, tra i quali il pascolo sul corso di Santo Basilio, e di diritti dal feudatario Guglielmo de Ebulo6, il quale aveva costretto il presule ad abbandonare la sede7. Sempre nei primi anni dell’occupazione angioina è un ordine di re Carlo I d’Angiò dal quale si apprende che il vescovo di Strongoli doveva concorrere alle spese per riparare il castello di Crotone8. Durante la guerra del Vespro quando 1284 l’esercito di Pietro d’Aragona invase la Calabria e Matteo Fortunato con duemila Almugaveri devastò i paesi della vallata del Neto, le proprietà della chiesa di Strongoli furono particolarmente saccheggiate perché il suo vescovo., al pari di quello di Umbriatico e del dell’arcivescovo di Santa Severina, si era opposto con le armi agli Aragonesi. Per l’attaccamento alla causa angioina e per i danni subiti, il papa Nicolò IV, tramite il legato nel Regno di Sicilia, lo reintegrò con altri benefici ecclesiastici9. Altre liti riguardano il diritto di soglio, cioè l’obbligo che aveva la chiesa suffraganea di Strongoli, in segno del riconoscimento della superiorità e della autorità del metropolita di Santa Severina, di mandare all’arcivescovo le cose personali di ogni suo vescovo defunto. Esse riguardavano il cavallo o la mula, tutte le vesti che il vescovo era solito indossare, compreso il rocchetto, l’anello d’oro che era solito mostrare, il letto nel quale dormiva e tra i libri, il pontificale, il messale ed il breviario10.

LA RICOSTRUZIONE CINQUECENTESCA

Dedicata ai SS. Pietro e Paolo la cattedrale compare con il suo titolo già all’inizio del Quattrocento11. Unica parrocchia della citt6à esercitava tutti i doveri parrocchiali. In essa erano conservati le ostie, l’olio sacro, e la fonte battesimale ed in essa si amministravano tutti  i sacramenti. Era usanza, osservata in età moderna, che nel giorno della festa dei due apostoli tutti gli abitanti della diocesi in segno di obbedienza vi si recassero a baciare la mano del vescovo prima dell’inizio della messa pontificale12. All’inizio del Cinquecento il vescovo Gaspare de Murgiis, cittadino di Strongoli, elevato da papa Giulio II  a quella sede, vi fece costruire il trono episcopale13. Nella cattedrale vi erano alcuni altari tra i quali quelli di S. Hieronimo e la cappellania del SS.mo Salvatore14. Alcuni anni dopo fu abbellita e resa più sicura dal vescovo Timoteo Giustiniani (1568-1571)15. Alla fine del Cinquecento, ha sei dignità ( arcidiaconato, decanato, arcipresbiterato, cantorato, tesorerato e primiceriato), nove canonicati, che ben presto scenderanno a sei, ed è sede già da molti anni della confraternita del SS.mo Corpo di Cristo, eretta per disposizioni apostoliche. Il vescovo Claudio Vico (1590-1600) sostenne numerose liti con gli ufficiali laici per salvaguardare l’immunità e la giurisdizione ecclesiastica e con il denaro della mensa, restaurò la sacrestia, il palazzo vescovile e completò una torre utile per trovare rifugio e per difendere i beni della chiesa dalle incursioni dei Turchi, come accadde nel 1594. La torre, che sorgeva presso il palazzo vescovile, era stata iniziata dai suoi predecessori ma era rimasta imperfetta16. Ai paramenti sacri, di cui era sufficientemente fornita. Tra i quali alcuni vasi d’argento e una capsula nella quale erano conservate alcune reliquio di santi, che a seconda della necessità venivano portate in processione per la città, egli aggiunse una navicella e due calici d’argento indorati. Lo stesso vescovo nel 1597 fece restaurare le ali della cattedrale che minacciavano di rovinare. Durante il suo vescovato e precisamente sulla fine dell’estate del 1594 la città subì il saccheggio dei Turchi; essa alla fine del secolo si presentava in gran parte “diruta” e spopolata17. In pochi anni la sua popolazione era scesa dai 460 fuochi del 1578 ai circa 300 del 1594, ai 178 del 1595 per contarne appena 180 nel 1612.

LA LUNGA DECADENZA SEICENTESCA

Al Vico segui il vescovo Sebastiano Ghislieri (1601-1621), il quale non essendoci il seminario, istituì una “scholastria” per istruire quattro ragazzi chierici poveri18, dotandola dei proventi delle due cappellanie, esistenti in cattedrale e rimaste vacanti, della S. Croce e del SS. Salvatore19. Lo stesso vescovo nel 1624 fa, più che restaurare, ricostruire il netto della cattedrale che era tutto lesionato spendendovi 330 monete d’oro (un terzo delle quali donate dall’università). La cattedrale, unica parrocchia della città, è antichissima e molto grande; divisa in tre ali separata da archi gotici, ha tre porte rivolte ad occidente; dietro l’altare maggiore, posto ad oriente, c’è il coro ed a destra si apre l’ampia sacrestia. Vicino all’ingresso c’è il battistero e unito alle pareti della chiesa nella parte anteriore si innalza il campanile con quattro campane ( la maggiore delle quali convoca il popolo per le funzioni sia civili che religiose, la mediana serve per orologio, entrambe sono state comprate a spese dei cittadini e l’università paga una persona addetta all’esercizio)20. Al tempo del vescovo Bernardo Piccolo (1630-1634) la cattedrale ha bisogno di essere riparata sia nella struttura che nelle fondamenta. Il vescovo nonostante che le rendite della mensa non superino i mille ducati e sia gravata da una pensione di 100 ducati, la fornisce di un magnifico organo e incomincia a migliorare la sacrestia21. Nella cattedrale servono 22 sacerdoti, 2 suddiaconi e 30 chierici. Prestano inoltre la loro opera per il servizio della chiesa e della curia otto servienti detti anche diaconi selvaggi che godono l’esenzione delle imposte fiscali e sono soggetti solo al foro ecclesiastico. Nel 1642 il vescovo Carlo Diotallevi (1639+1652) concede la facoltà al principe Francesco Campitelli e alla università di erigere all’interno della cattedrale una nuova cappella di jurepatronato laicale sotto il titolo di S. Maria de Jesu che viene dotata di 500 ducati con lo scopo di permettere entro breve tempo di erigere il seminario22. Spesso il clero specie d’inverno non partecipa alle funzioni sacre a causa del freddo e dell’umidità che penetra nell’edificio. Facendo presente questa precaria condizione il vescovo ottiene nell’agosto 1641 dal papa Umberto VIII il permesso di utilizzare i soldi delle pene dei malefici (poenas maleficiorum) per riparare la chiesa, il palazzo vescovile e le case appartenenti alla sua mensa23. Ma nonostante i buoni propositi la situazione non era mutata all’inizio del vescovato do Biagio Mazzella (1655-1663) come si rileva da una lettera inviata dal capitolo di Strongoli al papa Innocenzo X in cui viene presentata la triste situazione in cui si trova la città e la diocesi24. La cattedrale ha altare maggiore e 12 altari minori (ai quali sono annessi otto benefici, tre di libera collazione e gli altri di jurepatronato laicale), ci sono: la cappella del SS.mo Sacramento, spettante alla confraternita, la sacrestia, l’organo, il campanile con quattro campane e a sinistra il cimitero per i poveri circondato da mura25. L’edificio è umido e freddo, la pioggia vi penetra da ogni parte del tetto, il coro e lesionato e pericolante e la sacrestia manca di ogni suppellettile sacro26. Lo stesso vescovo dopo aver ricevuto per ben due volte l’estrema unzione, sta lontano dalla diocesi a Napoli per curarsi27. La situazione era divenuta così precaria che, per il pericolo e l’umidità, non si celebravano più le funzioni sacre28; il vescovo Antonio Maria Camalda (1663-1690) nonostante che la mensa vescovile fosse gravata da una pensione annua do 200 scudi a favore del cardinale Lelio Picclomini, all’atto della sua elezione si impegnò a riparare la cattedrale ed il palazzo vescovile29.

IL LUNGO VESCOVATO DI ANTONIO MARIA CAMALDA

Dalla sua relazione si apprende che egli aveva intenzione  di riedificare il coro, riparare il tetto e togliere l’umidità, anche perché l’edificio sacro era così deteriorato che era pericoloso celebrarvi, ma non possedeva i 500 ducati e più che vi occorrevano, in quanto la cattedrale era di grande mole e le rendite della sua mensa anno dopo anno si stavano sempre più riducendo per il continuo fallimento dei raccolti, per lo spopolamento e per la mancanza di greggi e di coloni30. Egli era assillato perché doveva provvedere la chiesa del necessario, cioè di paramenti, di candele, di vino per le messe ed inoltre fare gli interventi più urgenti. Travagliato dalla malaria e dalla povertà, in una diocesi devastata e quasi in estinzione per la grave carestia e pestilenza, che l’aveva duramente colpita tra il 1670 e il 167431, il presule tuttavia riesce a fornire la chiesa di alcuni paramenti e di libri sacri (un parato di color violaceo, due cappe, quattro pianete, tre calici con coppe d’argento, tre messali, un martirologio, alcuni libri di canto gregoriano, un salterio, un antifonario ed un graduale) ed a rinnovare i calici, riparandoli ed indorandoli. Egli inoltre più volte deve intervenire a difesa della immunità ecclesiastica, messa a repentaglio dai comportamenti dei diaconi selvaggi, entrando così in lite con i ministri regi32. Nonostante tutte queste sue buone intenzioni gli interventi che egli doveva compiere., per impegno preso all’atto dell’insediamento, dopo quasi trent’anni non sono ancora stati fatti e l’edificio, che è stato oggetto solo di piccoli ritocchi, si trova in stato pietoso33.

LA LENTA RIPRESA SETTECENTESCA

Verso la fine del suo vescovato finalmente, passata la grave crisi economica, il vescovo interviene: la campana maggiore, incrinata e stonata, viene rifatta34 e sono risistemati il tetto ed il soffitto in legno quest’ultimo è anche decorato35. In questi anni di grande carestia, Domenico Pignatelli fa erigere nel 1687 la cappella gentilizia sotto il titolo di Santa Maria del Rosario e S. Domenico ed una cappella dedicata alla Santa Maria del Capo, il cui culto, a causa della siccità si era esteso da Crotone a tutto il vicino territorio36. Alla fine del Seicento il clero di Strongoli, città di circa 1500 anime, posta sulla cresta di un alto colle e circondata da rupi a circa tre miglia dal mare, sorta sulle rovine dell’antica Petelia, come attestano le monete e le antiche iscrizioni che quasi quotidianamente vengono alla luce37, è composta da sei dignità, sei canonici, 18 preti detti anche cappellani e da una ventina di chierici. La città, che d’estate è abbandonata dai vescovi a causa della malaria causata dalle acque stagnanti del vicino torrente Brusio, e d’inverno è molestata dai venti freddi e dalle febbri micidiali, si presenta in uno stato decadente. Essa era famosa non solo in antichità per l’origine e per i fatti storici che la videro protagonista, ma anche in tempi più recenti, quando vi fiorivano le industrie e le ricchezze ed abbondava di nobili casate, come ancora si evidenzia per la moltitudine delle famiglie estinte e per i ruderi delle abitazioni. A causa dell’incuria dei suoi predecessori il vescovo Giuovan Battista Carrone (1692-1706) trovò la chiesa malridotta e con il tetto che da più parti lasciava passare la pioggia, una delle quattro campane del campanile era spezzata e l’organo scordato e fuori uso38. Egli si mise subito all’opera iniziando a far ripristinare l’organo, a riparare il tetto, a rifondere una nuova campana e a munire la chiesa di oggetti sacri39. In pochi anni prima della fine del secolo, egli nonostante la povertà della mensa e la cattiva salute, che quasi sempre lo teneva inchiodato a letto, aveva già speso più di 300 ducati per paramenti e continuava nei lavori di ristoro della cattedrale. Aveva completato le campane, provveduto la sacrestia con molte preziose suppellettili ( pianete, tunicelle, pluviali, messali, calici, un turibolo ed un aspersorio d’argento ecc.) e l’organo ripristinato con un ottimo organista, st5ipendiato deal vescovo, accompagnava con il suo suono nelle festività le messe conventuali ed i vespri40. I lavori andarono avanti anche nei primi anni del Settecento ed il vescovo vi spese in poco tempo più di 500 monete d’oro, ma l’opera non finiva mai in quanto l’edificio era molto vasto e malmesso mentre le entrate della mensa, tra annate fertili ed infertili, non superavano gli ottocento ducati41. Anzi con il passare del tempo la situazione peggiorava e si aggiungevano nuove spese. Così mentre il vescovo ha appena rimpiazzato la campana rotta, per incuria del sacrestano si spezza quella maggiore. La costruzione di questa spettava fin dall’inizio all’università ma ora sia per la povertà della comunità sia perché non si trova un abile artigiano capace di rifonderla, rimane spezzata42.

INIZIA L’OPERA DI RISANAMENTO ED ABBELLIMENTO

Il vescovo Tommaso Oliverio (1706-1719) la trovò ridotta come una spelonca e dall’aspetto che assomigliava ad un magazzino, a causa della grande umidità puzzava. Le porte erano distrutte, il tetto cadente, le pareti sporche ed il pavimento ancora più lurido. Ottenuto la possibilità di utilizzare le entrate della mensa vescovile, che a causa della sede vacante avrebbero dovuto andare in beneficio della Camera Apostolica, fece elevare le pareti della navata centrale della chiesa di dodici palmi e aprì da una parte e dell’altra cinque finestre, rifece anche i soffitti a cassettoni, riparò in più parti il tetto; ripulì ed intonacò le pareti. Così tolse l’umidità, diede più luce alla chiesa che ridotta in forma migliore assunse l’immagine della casa del Signore43. Egli inoltre la ornò più decentemente con suppellettili di cui era carente44. Per tramandare ai posteri l’aiuto avuto dal papa Clemente XI, curò di erigere dentro la chiesa, sopra la porta principale, l’immagine gloriosa del benefattore con un’iscrizione esprimente lodi alla sua magnificenza. Finito il denaro concesso, i lavori non procedettero oltre, anche a causa di una lite che oppose il vescovo al feudatario del luogo, Geronimo Pignatelli duca di Tolve, accusato di essersi appropriato della giurisdizione temporale e spirituale della città, impossessandosi anche di alcuni beni della chiesa45. L’edificio lungo 120 piedi, largo 90 e alto 60, non compresi né il coro che è situato dietro l’altare maggiore, né le cappelle che si aprono e si estendono lateralmente, dopo pochi anni si trovava quasi cadente. Il vescovo Domenico Marzano (1719-1735) lo trovò puntellato con pali e sostegni ed in ogni sua parte rustico. Egli lo cominciò ad ornare con colonne, archi, corone modellate ecc. L’opera però per essere portata a termine richiedeva a parere del vescovo almeno 2000 ducati d’argento che egli non possedeva e un lavoro di molti anni. Comunque egli iniziò, sperando nell’aiuto di Dio e del papa. Prima del suo arrivo per entrare in cattedrale bisognava scendere otto gradini e anche per questo motivo l’edificio era umido e oscuro. Egli fece togliere la terra, rimuovere la rupe e declinare ed allargare la piazza dalla parte della cattedrale. Dopo questi lavori e portati in avanti i battenti delle porte e ristrutturata la piazza, si entra in chiesa per il piano. Curò anche di riparare la sacrestia che mancava di soffitto e di sacre suppellettili. Egli inoltre per meglio conservare gli oggetti di culto la fornì di armadi abilmente ornati. Comandò di fornire la cappella del SS.mo Sacramento di molte cose sacre. Questo altare era seguito per dignità e culto da quello della Beata Vergine Maria detta del Capo, cappella che pur essendo scarsamente provvista di rendite, era largamente aiutata dai fedeli e godeva di grande devozione popolare. Egli cominciò a rendere decorosi gli altari cominciando dai due più importanti, quelli del SS. Sacramento e della Vergine del Capo, che furono ricoperti con mosaici in pietre plastiche, opera di due eccellenti artisti, venuti da lontano e pagati molto bene46. Il vescovo pensava di procedere poi ad abbellire anche gli altri sei altari che godevano meno rendite ed erano di patronato laicale, ed a proseguire nei lavori ovvero nella ricostruzione della cattedrale che non era ancora completamente decorata, anzi lo era solo un lato fino quasi alla corona, ma gli avvenimenti non andarono secondo le sue speranze e l’opera che per l’esecuzione richiedeva uno sforzo finanziario che egli non poteva sopportare, fu ben presto interrotta sia per il ripetersi di raccolti sterili sia per le liti che sorsero con i cittadini ed il feudatario che non riconoscevano ed usurpavano i diritti della chiesa, soprattutto quello di esigere le decime sul pascolo. Tuttavia anche l’altare maggiore venne ornato con pietre plastiche, con candelabri e tabelle e quasi tutto venne rinnovato o rifatto e l’organo indorato47. Nonostante i lavori fatti compiere dal Marzano, la cattedrale si presentava spoglia tanto che all’inizio del vescovato di Gaetano de Arco (1735-1741) essa non aveva nessun quadro, nemmeno quello dei titolari e l’altare maggiore era privo di tutti gli apparati necessari. A dire del vescovo per rendere il tempio decente occorrevano, secondo una stima fatta da periti, oltre 5000 ducati48. Il vescovo nel 1737 istituì la prebenda teologale unendo alla stessa i quattro benefici vacanti di libera collazione sotto il titolo della SS.ma Annunciazione, S. Francesco di Paola, S. Giovanni e SS. Salvatore49. Il vescovo Ferdinando Mandarani (1741-1748), pur essendo la mensa gravata di un’annua pensione di 150 scudi romani e di ducati 50 per la tassa imposta dagli amministratori della città in virtù della formazione del catasto, curò di renderla decente, ornandola e non facendosi mancare le sacre suppellettili. La sacrestia che era incompleta, oscura, umida e dall’aspetto rustico la riedificò in un luogo più adatto ed in forma più elegante. Egli inoltre comandò di costruire degli armadi per conservare la sacra suppellettile ed i vasi sacri50.  

LA NUOVA CATTEDRALE

Durante il vescovato di Domenico Morelli (1748-1792), la cattedrale fu quasi interamente rifatta. Subito dopo il suo insediamento il vescovo, nonostante che la mensa sia gravata da una pensione di 150 ducati da dare al cardinale Puoti e a suo nipote, l’abbiate Costanzio, completa la sacrestia, costruita dal suo predecessore e lasciata imperfetta, e la arricchisce di sacre suppellettili51. Difensore dei diritti della chiesa egli fa subito lite col barone Pignatelli che non vuol riconoscere gli antichi diritti del vescovo di esigere le decime sul pascolo delle pecore e degli altri animali nei quattro corsi Virga Aurea, San Mauro, Serpito e Zuccaleo52. Sempre in questi primi anni di vescovato consacra l’altare in onore del SS. Sacramento53 e ordina al suo procuratore di Napoli di far rifare la grande croce d’argento che il capitolo della cattedrale era solito portare nelle solenni processioni. Essa assieme a quattro calici d’argento e a tutte le patene era stata rubata nel 1758 dai ladri che di notte erano penetrati da una finestra nella sacrestia54. Verso il 1780 iniziano i grandi lavori di ricostruzione della cattedrale che si presenta di antica e vecchia struttura e con le pareti fatiscenti. Essa viene riedificata dalle fondamenta nelle parti riguardanti il coro, la navata centrale e le due  mura esterne mentre il resto è risanato e si sostituisce al soffitto in tavole uno in mattoni e fabbrica55. Sempre in questi anni è portata a termine la costruzione della cappella dedicata ai patroni Pietro e Paolo, dove egli fece erigere l’avello per sé e per i suoi successori. La cappella è innalzata dalle fondamenta e abbellita con marmo e pietre colorate ed ilo suo altare è consacrato con rito solenne e con grande concorso di popolo56. Nel maggio 1786 finiscono i grandi lavori  e l’edificio si presenta rifatto in forma migliore e più elegante. Sempre in questo anno il vescovo stipula un contratto con alcuni artefici i quali si obbligano entro due anni a costruire in marmo gli altari ed ad ornarli57. Finiti i grandi lavori riguardanti la struttura, il vescovo fa così iniziare la costruzione degli altari, fa costruire il sepolcro dei canonici58 e fa abbellire l’interno.  Nel marzo 1789, dopo dieci anni di continui lavori, la fabbrica è finita. La cattedrale si presenta completamente rimodernata ed elegante sia all’interno che all’esterno e con gli altari di marmo “ magnificamente formati”. La spesa complessiva sostenuta dal vescovo è stata di ben 26 mila ducati59. Alla fine del Settecento il vescovo Pasquale Petruccelli (1793-1798) iniziò a restaurare il tetto del palazzo vescovile e della chiesa  e rifece quasi nuovamente il campanile che era fatiscente e minacciava rovina, riedificò la sacrestia in un luogo più adatto  e fece fare degli armadi. Fece riparare la sacre vesti, alcune le fece rifare e sostituì i vecchi drappi che coprivano il trono vescovile e la cattedra con nuovi, fatti venire da Napoli60. Ancora pochi anni e con la nuova distribuzione delle chiese in Calabria fatta da Pio VI, il 27 giugno 1818 il vescovato di Strongoli è soppresso e incorporato alla diocesi di Cariati, che rimase l’unica suffraganea della metropolia di Santa Severina, e la cattedrale è ridotta a collegiata61. Essa conserva ancora alcuni canonicati62 ed una rendita di oltre mille ducati63.

NOTE

 

 


1.       Russo F., Storia della chiesa in Calabria, Rubettino Ed. 1982, I, pp.202 sgg.

2.       Giropolen risulta tra le suffraganee di Santa Severina nell’atto di conferma dei privilegi fatto nel 1183 da Lucio III all’arcivescovo Meleto, Siberene p 16.

3.       L’abbazia di Corazzo possedeva fin dal periodo normanno in tenimento di Stumbulo la chesa di Santo Mauro con le sue proprietà  nota come la grancia di Santo Mauro, Vat. Lat. 7572, Bibl. Apost. Vat.

4.       Nel versamento della colletta per la Santa Sede del 1325 nella città e diocesi di Strongoli oltre all’arcidiacono, al cantore ed al tesoriere compare anche “d.nus Nicolaus de prothopapa”, segno che il rito graco ancora resisteva, Russo F., Regesto, I, 338-339.

5.       Huillard-Breholles J. L. A., Historia diplomatic Friderici secundi, Parisiis MDCCCLIX, t. V, 438.

6.       Russo F, Regesto, I 258.

7.       Nel 1321 Carlo, figlio di Roberto, ordina al Giustiziere di Val di Crati di accettare I fatti, di punier I colpevoli e di restituire Ruggero alla sua sede, Russo F., Regesto, I, 259.

8.       Il re ordina di riparare alcuni castelli tra i quali quello di Crotone alle spese devono concorrere alcuni feudatari. Il vescovo di Strongoli deve riparae la cisterna, Reg. Ang., Vol. VI (1270-1271), pp.109-110.

9.       Russo F., La guerra del Vespro in Calabria nei documenti vaticani, in A.S.P.N. 1961, pp.207 sgg.

10.    Alla morte del vescovo Matteo Zacone (1558-1566) una lite sul diritto di spoglio sorse tra l’arcivescovo di Santa Severina,Giulio Antonio Santoro ed il procuratore fiscale della Camera Apostolica e della curia del Nunzio, Siberene pp.46-47.

11.    12.3.1418. Antonius (Stamingo Ord. Min.) episcopus Bosan. Ad ecclesiam SS.Petri et Pauli Strungulen. Transfertur vac. Per ob. Antonii de Molendinis, Russo F. Regesto, II, 156.

12.    Rel. Lim. Strongulen. 1729.

13.    Ughelli F., Italia Sacra, t. IX, 521.

14.    Russo F., Regesto, III, 32,41,439.

15.    Il vescovo Giustiniani ricostruì quasi dalle fondamenta il palazzo vescovile, ornò la cattedrale ed elevò quattro robustissime torri per rendere sicura la città dalle incursioni turche, Ughelli F., cit., IX, 522-523.

16.    Rel. Lim. Strongulen. 1594.

17.    Rel. Lim. Strongulen. 1597.

18.    Rel. Lim. Strongulen. 1612, 1646.

19.    La cappella del SS. Salvatore esisteva già in cattedrale alla fine del Quattrocento, Russo F., Regesto, III, 32,41.

20.    Rel. Lim. Strongulen. 1684.

21.    Rel. Lim. Strongulen. 1630.

22.    Rel. Lim. Strongulen. 1643. 1646.

23.    Russo F., Regesto, VII,41.

24.    Russo F., Regesto, VII, 285.

25.    Rel. Lim. Strongulen. 1653.

26.    Rel. Lim. Strongulen. 1664.

27.    Russo F., Regesto VII, 469,493.

28.    Rel. Lim. Strongulen. 1666.

29.    Russo F., Regesto, VIII, 84.

30.    Le rendite della mensa, a dire del vescovo Camalda, dagli usuali 1000 ducati scesero a duc. 700 negli anni dal 1664 al 1672, quindi raggiunsero il minimo secolare di duc. 500 nel 1675, poi oscillarono tra i 700 ducati del 1678, i 600 del 1681, i 900 del 1684 e i duc. 800 del 1687, Rel. Lim. Strongulen. 1664-1687.

31.    Secondo le relazioni dei vescovi di Strongoli la popolazione che dal 1640 al 1662 viene data costante intorno ai 4000 abitanti, in seguito subisce un forte decremento dai 1800 abitanti del 1664 si passa ai 3000 del 1669, ai 1000 del 1672, per raggiungere il minimo plurisecolare di circa 700 abitanti nel 1675, per poi aumentare a 1000 abitanti nel 1687, Rel. Lim. Strongulen. 1640-1687.

32.    Rel.Lim. Strongulen. 1669, 1672.

33.    Rel.Lim. Strongulen. 1675.

34.    Rel.Lim. Strongulen. 1681, 1687.

35.    Rel.Lim. Strongulen. 1684.

36.    Vaccaro A.,Fidelis Petilia,Palermo1933,p.126.

37.    Rel.Lim. Strongulen. 1690.

38.    Rel.Lim. Strongulen. 1694.

39.    Rel.Lim. Strongulen. 1696.

40.    Facendo presente tutto ciò egli nel 1699 chiedeva al papa di poter far la visita per un procuratore e di non incorrere nelle pene e censure previste dalla Bolla di Stato V, Rel. Lim. Strongulen. 1700.

41.    Rel. Lim. Strongulen. 1700.

42.    Rel. Lim. Strongulen. 1702.

43.    Rel. Lim. Strongulen. 1709.

44.    Rel. Lim. Strongulen. 1718.

45.    Il vescovo impedisce ai regi ministri di carcerare un secolare e lancia censure contro l’erario della camera baronale, Nunz. Nap. 144,ff.45,50,456.

46.    Rel. Lim. Strongulen. 1723.

47.    Rel. Lim. Strongulen. 1729.

48.    Rel. Lim. Strongulen. 1736.

49.    Rel. Lim. Strongulen. 1747.

50.    Rel. Lim. Strongulen. 1747.

51.    Rel. Lim. Strongulen. 1753, 1759.

52.    Il procuratore della mensa vescovile chiede di esigere la decima sugli agnelli, sul formaggio e sulle ricotte delle pecore che pascolavano sui territori feudali di Serpito e Santo Mauro,.Poiché i capimandria rifiutano egli chiede l’intervento del governatore il quale invia il mastro giurato con dieci armati che si prendono 68 agnelli, 87forme di formaggio e per il loro intervento altri 2 agnelli, 4 forme di formaggio e 24 ricotte, ANC. 1124,1753,59-61.

53.    MDCCLV/DIE XV M. IUNY DOMINICA IV POST PEN./EGO DOMINICUS MORELLI EPISCOPUS STRON=/GULEN CONSECRAVI ALTARE HOC IN HONOREM/ SS.MI SACRAMENTI ET RELIQUIAS SANCTORUM MARTY=/RUM  VINCENTY, MODESTI ET BONIFACY IN EO INCLUSI / ET SINGULIS CHRISTI FIDELIBUS HODIE UNUM AN=/NUM ET IN DIE ANNIVERSARIO CONSECRATIONIS/HUJUSMODI IPSUM VISITANTIBUS QUADRAGINTA/DIES DE VERA INDULGENTIA IN FORMA ECCLE=/SIE CONSUETA CONCESSI.

54.    Rel. Lim. Strongulen. 1759.

55.    Rel. Lim. Strongulen. 1783.

56.    D.O.M./QUI EPISCOPIUM REFECIT ET VETUSTA=/TE JAMJAM COLLABENTES A FUNDA=/MENTIS SACRAS HASCE AEDES INSTAU=/RAVIT ET PAULI NOMINI HOCCE E MARMORE SACEL=/LUM DEDICAVIT DOMINICUS MORELLIUS/STROGULIENSIS ECCLESIE HUJUS EPISCOPUS/IMPOSITAM MORTALIBUS FATI NECESSITA=/TEM MEDITATUS MONUMENTUM HEIC SIBI/ VIVENS ADHUC SUISQUE PRO TEMPORE SUC=/ CESSORIBUS STATUENDUM MANDAVIT/ AN. SAL. MDCCLXXXIII ETATIS SUE/LXVI PRESUL VERO XXXVI.

57.    Rel. Lim. Strongulen. 1786.

58.    VIAM QUI CURRIS HOSPES/ ADSPICE UNIVERSAE CARNIS MORTALES/ NAM QUE VIVIMUS/ HANC IDCIRCO NECESSITATEM/MEDITATI/ SARCOPHAGUS OMNES E CAPITULO/ SIBI VIVENTES CONDIDERUNT/ ARS MDCCLXXXVII, IN Capialbi V., La continuazione dell’Italia sacra dell’Ughelli per i vescovadi di Calabria: Cariati, Strongoli, Umbriatico, Arch. Stor. Cal., a. II, 1914, pp.207-208.

59.    Rel. Lim. Strongulen. 1789.

60.    Rel. Lim. Strongulen. 1797.

61.    Russo F., Regesto, XIII, 233.

62.    All’inizio del Ottocento nella cattedrale vi erano i canonicati di S. Maria della Pietà, dei SS. Tommaso ed Urbano, di S. Maria delle Grazie  dei Prothospatariis, di S. Giuseppe, di S. Nicola e di Santa Sofia (?), Russo F., Regesto, XIII,87.

63.    Siberene, p. 342.

Sito finanziato da C.Perri e realizzato da Nezwork.it